Giovanni Falcone e la sua lotta contro Cosa nostra

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

Sono queste le parole che suggellano il libro “Cose di Cosa nostra”, nato dalla raccolta di venti interviste che la giornalista francese Marcelle Padovani fece al giudice Giovanni Falcone nel 1991, dopo che egli aveva lasciato Palermo.

Giovanni Falcone, assassinato nella strage di Capaci  nel 1992, è oggi ritenuto, insieme all’amico e collega Paolo Borsellino, una delle personalità più importanti nella lotta contro la mafia in Italia e a livello internazionale.

La sua storia è quella di un giudice e di un fedele servitore dello Stato italiano ma prima di tutto è la storia di un uomo; un uomo nato in Sicilia, a Palermo, così come tanti altri “uomini d’onore” ma che, a differenza di questi ultimi, ha deciso di sostenere lo Stato italiano lottando contro la mafia.

Proprio le sue origini hanno permesso al giovane magistrato di comprendere, affrontare e far parlare i più grandi boss mafiosi: cresciuto negli stessi ambienti egli conosceva le leggi ferree su cui si basava il loro codice morale, aveva imparato a conoscere il loro modus operandi e la finalità dei loro gesti, sguardi e silenzi.

Eppure Falcone costituisce ancora oggi un’anomalia nel panorama della magistratura italiana in quanto di fronte all’incapacità e alla mancanza di responsabilità del governo è stato un intermediario tra alcuni mafiosi, come i pentiti, e lo Stato.

Il libro quindi risulta come una profonda analisi del fenomeno mafioso di “Cosa Nostra” a partire dalla violenza, la manifestazione più tangibile della mafia, per arrivare al punto focale, ovvero il potere.

Si tratta dunque di un testo attualissimo, sebbene sia stato pubblicato circa ventisei anni fa, che porta all’analisi delle radici della storia del popolo italiano e alla scoperta di quelle personalità che hanno lottato per rendere migliore il nostro Stato.

Giovanni Falcone infatti credeva profondamente nella sua missione e nella consapevolezza di poter riuscire a cambiare qualcosa, tanto che sacrificò la sua privacy prima e la sua vita poi. Egli riteneva che lo Stato avesse i mezzi per sconfiggere la mafia e che l’errore più grande fatto dai suoi predecessori fosse il non riconoscere l’importanza e la pericolosità di un’organizzazione del genere. “Il pensiero e la paura della morte mi accompagna ovunque”, affermò il giudice palermitano in un’intervista, eppure “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa”…ecco, il coraggio è questo.

Fonti: immagine in evidenza

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