La Misura Eroica: Andrea Marcolongo si racconta.

Alcuni attribuiscono al nome della Musa della poesia amorosa, Erato, una derivazione da Eros, l’Amore. Di certo, di Eros sono intrise le pagine di Andrea Marcolongo, autrice de La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco, che solo in Italia ha venduto oltre centomila copie. Si tratta di un libro che vive in una dimensione intermedia tra il saggio linguistico e la narrazione autobiografica e che risulta capace di risvegliare l’interesse di ex-liceali arrugginiti, neofiti della materia e anche totali estranei, e ciò non solo nel nostro Paese, ma anche in Francia e in tutta l’America Latina, continente  che quest’autunno l’autrice ha attraversato in lungo e in largo testimoniando il proprio appassionato amore per la lingua che l’ha conquistata e l’ha fatta laureare in Lettere Classiche. Ora è il turno dell’Italia: la sera del 17 marzo l’autrice era ospite di Massimo Gramellini, a Milano, nel corso del programma Le parole della settimana su Rai3, e il 19 avrebbe tenuto una conferenza in una scuola calabrese. Il 18 “approda” – è il caso di dire – a Ladispoli, presso la libreria Scritti e Manoscritti, così come il suo nuovo libro (anch’esso un’opera sospesa tra il romanzo di formazione, l’autobiografia, il saggio) La misura eroica è approdato in tutta Italia. A far da mediatrice durante l’incontro è un’altra scrittrice, autrice del romanzo La figlia femmina, Anna Giurickovic Dato.

Quando le viene chiesto se preferisce essere definita “grecista” o “scrittrice”, Andrea risponde: “Scrivere significa avere delle parole. Prima le ho smarrite, poi le ho ritrovate in un modo che non era ancora completo, forse, e quindi c’era l’alibi di dire grecista”. Il nuovo viaggio, che l’ha portata a scrivere il suo nuovo libro, le ha consentito, quindi, di sentirsi scrittrice.

La misura eroica parla, infatti, di un viaggio non tanto geografico quanto interiore: un percorso di maturazione che parte da un labirinto.

“Sono molto affezionata al labirinto” spiega “non solo quello di Cnosso, ma più in generale all’idea del labirinto in sé, un luogo in cui ci sentiamo prigionieri e da cui vogliamo uscire: ciò è possibile solo partendo dal centro, perché così si può capire dove e chi si è”. Anna Giurickovic Dato chiede, poi, quale sia il filo in grado di liberare una persona smarrita: “L’amore”, risponde genuinamente Andrea. “Teseo si salva grazie all’amore per Arianna. Ma questo non è solo un’attrazione erotica verso qualcuno, può essere anche la volontà di rispettare la bellezza della vita”.

Come si nota leggendo le pagine del libro, l’autrice mette molto di sé nei propri scritti, dal momento che si riconosce nel viaggio intrapreso da vari eroi della mitologia, quali Giasone o lo stesso Teseo. Citando Woody Allen, Andrea spiega le proprie ragioni: “«Se non sei felice, perché non prendi e te ne vai?» Io l’ho fatto”. Le città in cui è stata sono molte: Livorno, Milano, Parigi e ora Sarajevo. Questo perché ha detto molto spesso dei “no” che le hanno permesso di dire altrettanti “sì”.

“Il tuo libro La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco è stato un caso editoriale inaspettato proprio per il suo argomento, il greco antico. Come hai vissuto questo successo? Dove ti ha portato?”

Alla domanda Andrea risponde: “Mi ha portata qui, oggi, in questa Domenica di vento. Ho sempre pensato che «pubblicare» non significasse scrivere delle parole su fogli che poi sarebbero stati rilegati a forma di libro, ma avere un pubblico da guardare negli occhi con cui condividere i miei pensieri. Nessuno credeva che il mio lavoro sarebbe stato apprezzato, ma per me è stata una meta, un punto di svolta, in cui mi sono messa alla prova. Tutto è nato per amore di un ragazzo che non capiva perché imparare il greco a memoria. Il primo capitolo l’ho scritto solo per lui. Da quel momento ho smesso di avere paura, di inventarmi alibi e ho cominciato a capire che «felicità» non significa «indipendenza economica»: ho avuto sei mesi tutti per me, in cui non dovevo dimostrare niente a nessuno se non quella che ero davvero. Per me scrivere quel libro è stato un regalo e una fortuna”.

Confessa, in un secondo momento, di aver creduto che i suoi lettori sarebbero stati solo nostalgici del liceo classico. Il dato sorprendente, invece, è stato vedere interesse anche da parte di Paesi lontani dalla nostra cultura, come il Perù, in cui non conoscono il greco antico e che tuttavia rimangono meravigliati dalla bellezza di un popolo così affascinante. Da questo pubblico ha colto lo stupore, mentre dai lettori italiani e francesi ha ricevuto domande a cui non ha risposto nel nuovo libro, ma ha cercato, al contrario, di fornire altre domande.

Ma perché intitolare il libro La misura eroica? Andrea risponde: “Tutti mi dicevano che era un titolo difficile che nessuno avrebbe capito, ma io l’ho fortemente voluto. La misura, “tò metròn”, è Nemesi. È una parola di genere neutro e in greco questo genere non era quello degli oggetti, bensì del pensiero. Il primo motto pronunciato dall’oracolo di Delfi fu «conosci te stesso» ed era anche la prima risposta che i Greci ottenevano quando interrogavano il dio. La divinità li invitava a capire chi fossero davvero e poi a tornare. La seconda risposta che ottenevano era “medèn àgan”, «niente di troppo», ovvero «scopri la tua misura», una “misura” che intende scoprire perché si è al mondo, scoprire cosa si vuole e chi si ama. «Eroica», invece, perché di un eroe. Un eroe che per i Greci era chiunque riuscisse ad essere se stesso, libero nella propria misura e quindi padrone responsabile della propria vita”.

“Nel libro si parla del viaggio di Giasone  non solo come viaggio fisico, ma anche in quanto percorso del ragazzo che diventa uomo. Anche il vello d’oro non è solo una pelliccia di montone, ma cosa rappresenta?” chiede Anna. “Il mito degli Argonauti è la storia più antica e Omero la definisce «ben nota a tutti». I Greci, un popolo di mare e di naviganti, ha avuto bisogno di un mito anche sulla prima nave del mondo, Argo, senza dare nulla per scontato. E il capitano di questa prima nave era solo un ragazzo che si intuisce essere tale non dal fatto che vengano citati o meno dati anagrafici, ma dalla descrizione dei suoi gesti. Giasone aveva paura di innamorarsi e questo si capisce nel momento in cui rifiuta la richiesta di Atalanta di unirsi alla spedizione, eppure, quando arriva nella Colchide, non trova solo il vello d’oro, ma trova anche Medea, e quindi, l’amore. In questo momento diventa uomo e matura. Un giorno mi hanno chiesto se c’è un’età in cui si diventa maturi. Io ho risposto che non lo sapevo, dato che per me questo cambiamento prescinde dagli anni di una persona. Se penso alla parola «maturo», mi viene in mente il latino “maturus”, che significa letteralmente «mettersi a frutto», e credo che in qualunque stagione della vita siamo chiamati a farlo”.

L’ originalità del libro risiede anche nel fatto che l’ amore di Giasone e Medea non viene trattato con tragicità, come si è soliti osservare, ma con tenerezza, dal momento che per entrambi esso ha costituito un momento di crescita. Andrea spiega questa scelta, dichiarando di aver parlato della storia soffermandosi su un piano temporale specifico, ovvero quello in cui i due giovani hanno avuto il raro privilegio di essere felici. Questa gioia, però, è nata solo quando i due hanno deciso di sconfiggere la paura e mettersi in gioco.

Dopo la lettura di un passo del libro, Anna analizza le tematiche principali della narrazione, ovvero il viaggio e l’amore, riconducendo ad esse alcune parole. Nell’ambito del tema del viaggio rientrano: “motivo”, “solitudine”, “sfida”, “coraggio”, “paura”, “inopportuno”, ovvero “senza porto”, “spaesato”, ovvero “senza paese”, “tempo ritrovato e non perduto”, “scoperta di sé”, “immaturità”. Relativi al motivo erotico, vengono menzionati altri vocaboli o espressioni: “porto”, “vita nuova”, “desiderio”, “vita che viene incontro”, “paese”, “dolce” e “crudele”. Emerge, dunque, sia timore nell’intraprendere un viaggio che appare spaventoso, sia consapevolezza del fatto che alla fine di questo cammino vi è la crescita, un premio irrinunciabile. Anche l’amore spaventa, non solo l’amore verso un essere umano, ma anche verso la propria professione, le proprie passioni. E il principale timore che ostacola questo sentimento è il pericolo di perdere ciò per cui si è lottato: bisogna, perciò, partire dal centro di questo labirinto e far in modo di trovare il proprio filo d’Arianna.

Dopo la lettura di un altro passo del libro, riguardante il mito delle donne dell’isola di Lemno, si tratta il tema della tenerezza; a questo proposito, Andrea racconta un aneddoto che spiega come gli squali si ammansiscano quando gli si tocchi il muso. Così anche la creatura più spaventosa può essere domata da una semplice carezza. Anche per le persone ferite o deluse vige la stessa regola: si indossa un’armatura per dimostrare di essere forti, ma in realtà la gentilezza è ciò che si desidera di più. “Però più la chiediamo meno arriva” dice Andrea. “Ed è proprio per questa sorta di  elmetto – che indossiamo ogni giorno e che nasconde la nostra dolcezza – se nessuno ci mostra la propria tenerezza. A volte è più difficile farsi amare che amare”.

Il libro ha, dunque, tre dimensioni: la dimensione narrativa – dove vengono trattati i miti – la dimensione personale della scrittrice – in cui Andrea si mette in parallelo con ciò che scrive – e poi la dimensione che tratta la contemporaneità.

In un’era in cui è un algoritmo che decide cosa piace a un individuo – osserva Anna – non vi è più quel pensiero critico che si sviluppa leggendo un giornale e paragonando diversi tipi di informazioni. Per la scrittrice de La misura eroica solo la cultura può colmare il vuoto che si sta creando. “Secondo te attraverso i social si possono avvicinare i giovani alla cultura?” le chiede Anna. “Nel mio libro non voglio assolutamente dire che i Greci fossero meglio di noi perché andavano al teatro. Il teatro di per sé non deve essere santificato se dentro non vi è nulla di valido. D’altra parte non condivido il demonizzare i social. Sono nuove opportunità, nuove tecnologie, come la ruota per gli Antichi; quando è stata inventata, qualcuno si sarà meravigliato e si sarà chiesto che cosa sarebbe successo di lì in poi. Ma comunque se non vi è nessuno a guidare quel carro, della ruota, così come di Internet, non si sa che cosa farsene. Tutti si spaventano per i giovani che non leggono, che sono vuoti. Io invece, senza i giovani, non sarei mai arrivata a scrivere i miei libri. Non avevo mai detto a nessuno, né in pubblico né in privato, che avevo perso mia madre. L’ho confidato ad un ragazzo di 16 anni in un incontro come questo. Non stavamo parlando di massimi sistemi, e lui non lo aveva letto sui social. Ha solo detto una parola che mi ha consentito di ammetterlo. Le loro domande, quindi, non sono mai banali. Non so quanto tempo passino i giovani su Facebook, ma a volte ho l’impressione che siamo noi adulti ad abusare di questi strumenti per fare il video del concerto da mandare all’amica. Nessun ragazzo mi ha mai interrotta mentre parlavo per chiedermi una foto, mentre mi è capitato spesso che a farlo fossero degli adulti. Dico ciò non  per dimostrare che i social siano nocivi, ma per chiederci se forse non stiamo esagerando a preoccuparci così tanto. Tutti viviamo in questo mondo e se si stanno perdendo dei valori è colpa di tutti. Saper scegliere è la chiave per risolvere questi problemi”.

Le viene quindi chiesto dal pubblico: “Lei parla spesso della necessità degli eroi. Dobbiamo essere noi eroi di noi stessi o aspettiamo qualcuno?”. Lei risponde: “Siamo noi eroi di noi stessi. Noi abbiamo questa responsabilità individuale, qualcuno deve fermare il gioco e iniziare, partendo dalla cultura, a recuperare ciò che si sta perdendo”.

“Come possiamo allora trasmettere questa eredità ai nostri figli?” le chiede un papà. “Lei è per sua figlia Virgilio – risponde la Marcolongo – una guida che le permette di scegliere senza condizionamenti e le fornisce anche un filo di Arianna per essere felice”.

Al termine della presentazione, Andrea Marcolongo ha rilasciato una breve intervista per il nostro giornale:

Nei suoi libri lei parla dell’amore secondo Esiodo, secondo Platone, secondo Apollonio Rodio. Ma l’amore, per Andrea Marcolongo, cos’è?

Per me l’amore è essere felici insieme a qualcuno e non essere più soli. Per me l’amore è salvezza, è il senso di tutto.

Lei torna da un tour lunghissimo in Paesi che non hanno col greco un legame forte come può essere quello che tale lingua ha con l’Italia. Quale meraviglia le suscita l’interesse di altri Paesi, come quelli sudamericani?          

“Grazie per questa domanda. Questo viaggio mi ha portato fino alla Sorbona, dove di greco sanno molto più di me. Quello che mi ha dato…? Mi ha restituito la purezza della letteratura greca e anche un po’ la fantasia e la meraviglia di stupirsi. Sai, quando sono quindici anni, come nel mio caso, che ancor prima di leggere una parola pensi che quella è un’alfa, o un genitivo, o un accusativo, e poi esci nel mondo, per strada e ti chiedono perché iscriversi a Lettere Classiche..a cosa serva il greco..e dicono che è inutile…? Ecco, a me questo aveva tolto la meraviglia di leggere semplicemente Apollonio Rodio e dire: ‘Che bel poeta!’ ”.

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