Dacia Maraini e il dialogo con un bambino mai nato


Corpo Felice: storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va

«Quando ho perso mio figlio, con cui conversavo di notte sotto le coperte e a cui raccontavo del mondo aspettando che nascesse; quando a tradimento quel bambino con cui giocavo segretamente e che già tenevo in braccio prima ancora che avesse aperto gli occhi è morto, sono stata sul punto di morire anch’io».

Attraverso queste parole, Dacia Maraini descrive il dolore che accompagna da anni la sua esistenza. In Corpo felice. Storia didonne, rivoluzioni e un figlio che se ne va, romanzo edito da Rizzoli, presentato alla Libreria “Scritti e Manoscritti” di Ladispoli il 15 novembre, la scrittrice racconta ciò di cui non aveva mai parlato, o almeno non in questi termini: la perdita di un figlio, il suo. Secondo l’autrice i libri hanno il potere di creare ponti e lo scrittore è simile a un palombaro che scende in profondità, trova e rende visibile ai lettori ciò che i suoi occhi, o il suo cuore, avvertono. Il libro è un saggio narrativo, un romanzo intimo che parla delle donne attraverso l’esperienza della scrittrice. Il dolore, che diventa esperienza comune da dividere con i lettori, è il filo conduttore di tutta la storia. La sofferenza non può e non deve rimanere ingabbiata nell’animo, alcontrario deve essere tirata fuori, raccontata e affrontata. In questo modo il dolore risulta essere un’esperienza universale. Aspetto di cui già i poeti italiani avevano dato ampia dimostrazione. Leopardi, infatti, alludeva ad una condizione di dolore universale ed esistenziale destinata ad approfondirsi, e Carducci si trovò a tradurre il dolore di un padre sconsolato per assurgere a una condizione universale, appunto quella del dolore provato da ogni padre che perde un figlio. La sofferenza, dunque, è comune fin dall’antichità. Sono diverse solo le modalità con cui questa si racconta, supera e, soprattutto, si affronta.

La nostra giornalista Romana Ciancamerla con Dacia Maraini.
Foto di Giada Ricci

In Corpo Felice, Dacia Maraini restituisce la vita al figlio di sette mesi che ha perduto, un trauma che ha segnato, ma non pregiudicato, la sua lunga vita.L’impossibilità di diventare madre era già presente in un altro celebre romanzo della scrittrice dal titolo Un clandestino a bordo e, implicitamente, le stesse tematiche venivano riprese in Dolce per sé, altro capolavoro dell’autrice. Ora le parole e le sensazioni implicite si rendono pagine,racconti e storie, quelle di ogni donna che lei ripercorre attraverso la sua esperienza. Il libro è un dialogo psicologico e pedagogico con un bambino al quale la Maraini cerca di insegnare e trasmettere tutto ciò che una madre ha il compito di impartire. La donna restituisce la vita al figlio che, come racconta, ”anziché nutrirsi di una placenta che lo avvolgeva protettivamente, a furia di voltarsi e rivoltarsi aveva schiacciato proprio il cuscino che avrebbe dovuto nutrirlo. In medicina si chiama ‘placenta previa.'”

Nel romanzo la scrittrice, dialogando con il bambino e percorrendo le tappe della sua esistenza, affronta svariate tematiche con l’obiettivo di insegnare a quel ”futuro uomo” dei valori importanti. «Quando, dopo un lungo travaglio e ore di tentativi vani di salvarlo, mi è stato detto che il bambino era morto, il sentimento dell’ingiustizia subìta mi è saltato addosso come un’onda furiosa e mi ha soffocata. Perché, mi ripetevo ostinata e piangente, perché un bambino delizioso, dai grandi occhi azzurri come la nonna e la madre, il ciuffo castano come il padre, doveva andarsene così presto? Per quale ragione un bambino che già mi parlava, mi prendeva a calci per gioco, rideva se gli facevo il solletico, mugolava di felicità pregustando un futuro in comune, se ne doveva andare così, senza salutare? Perché un utero caldo e accogliente doveva trasformarsi in una tomba gelata?».

Ingiustizia,questa una delle tematiche che Dacia Maraini confluisce nel suo testo e di cui mette in risalto l’anestesia corale per la quale oggi non ci si ribella più. La volontà di ribellione alle ingiustizie e di indipendenza morale, si evince fin dalle prime pagine in cui la scrittrice racconta di essere scappata di casa all’età di sei anni per ribellarsi all’ingiusta accusa di aver macchiato d’inchiostro un libro del padre solo perché la sua mano era, per caso, sporca di penna. Ma cosa vuol dire essere donne nella storia? Dacia ha studiato il loro corpo, come quello di Santa Chiara d’Assisi e di tutte coloro che decidono di ”lasciarsi andare”, individuando in ognuna il grande bisogno di spiritualità. Ma è davvero compito delle madri insegnare ai figli il rispetto per il genere femminile e, più in generale, per l’intera umanità? La scrittrice individua tre orizzonti fondamentali senza i quali l’educazione non sarebbe trasmessa: famiglia, genitori e scuola, tre facce della stessa medaglia che contribuiscono alla crescita di ognuno. Al centro del libro, dunque, il mistero della vita, il corpo della donna e la sua condizione prima del 1978, quando l’aborto era un reato e l’infanticidio una pratica attuale. Sono pagine strazianti ma necessarie quelle che Dacia Maraini scrive perché ribellarsi alle ingiustizie dovrebbe essere un dovere morale. Come il padre che straccia la tessera del partito fascista e la madre che non firma per la Repubblica di Salò pur essendo cosciente delle gravi conseguenze che questo gesto avrebbe portato.

Un momento della presentazione alla libreria
“Scritti e manoscritti” di Ladispoli. Foto di Giada Ricci

Dacia chiama ”Perdu” questo bambino mai nato, e a Perdu restituisce una nuova vita. Il bambino accompagna l’autrice, e madre, in un vortice di riflessioni: perché il serpente ha fatto conoscere il bene ed il male ad una donna e non ad un uomo? E poi riflette su Simone De Beauvoir, sull’esistenza del pittore-padre del bambino che in un ”Pianto Antico” affoga tutto il suo dolore ed il desiderio di genitorialità che è tanto grande da aver coinvolto anche Dio.

A Perdu, la scrittrice crea una nuova vita, ed il dialogo rivela essere fonte di un amore viscerale tra un uomo e una donna, tra un figlio mai nato ed una madre trafitta dal dolore.

«Perdu […] si è arrampicato sulle rocce dell’amore vero, quello che aspira alla conoscenza e al bene dell’altro. Si è trovato in cima a una montagna scoscesa da cui non sapeva come scendere senza sfracellarsi… Ma quando si è alzato in piedi ha compreso di essere diventato un altro. Un uomo. E non abitava più nel corpo di sua madre, ma in un mondo pieno di pericoli e di strazio, ma anche di tenerezza e di comprensione. E da lì mi ha teso la mano.»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.