I diritti delle donne saudite al giorno d’oggi

Il tema della parità di genere non viene affrontato allo stesso modo da tutti i Paesi e da tutte le culture. Emblematico in tal senso è l’ esempio dell’Arabia Saudita, che nel Global Gender Gap Report 2016 del World Economic Forum figura al 141esimo posto tra 144 nazioni. In questo Stato, estremamente conservatore, vige ancora la sharia e si assiste a continue violazioni dei diritti umani: rimane dunque difficilissima l’emancipazione della donna.

Solo nel 2015, dopo le dure battaglie femministe, le donne hanno ottenuto il diritto di voto e nel 2017 l’ abolizione della necessità del consenso del wali per studiare e lavorare. Dal gennaio 2019, le donne vengono avvisate tramite SMS della decisione del marito di divorziare; prima di tale data, invece, rimanevano all’oscuro di ciò per moltissimo tempo.

Numerose restano, tuttavia, le restrizioni per le donne: esse non possono gestire un proprio conto in banca, devono indossare il niqab – che lascia scoperti solo gli occhi – spesso non possono decidere chi sposare (è accaduto che una bambina di 12 anni venisse data in moglie a un uomo di 80) e, qualora il wali acconsenta affinché scelgano il proprio compagno, non possono comunque sposare uomini non musulmani. Inoltre, se la coppia viene sorpresa prima del matrimonio a scambiarsi effusioni, viene accusata di “Khilwa”.

Un’ altra rigida imposizione riguarda la separazione dei sessi: non è consentito alle donne di interagire con altri uomini al di fuori delle mura domestiche, se non in alcuni luoghi particolari (come ospedali o uffici), ed occorre loro il consenso del tutore per recarsi presso la polizia, senza poter in ogni caso protestare contro ciò che dice l’uomo. La separazione dei sessi nel Paese è molto diffusa; nei ristoranti e negli alberghi, infatti, esistono aree specifiche adibite alla famiglia, oppure per sole donne, dal momento che esse devono togliersi il velo per mangiare. La polizia religiosa ha il compito di far rispettare rigorosamente tale legge.

Proprio in merito a questa norma – e più in generale relativamente al tema dell’emancipazione femminile – si è svolto un ampio dibattito in occasione della 31^ edizione della Supercoppa Italiana.

La Lega Serie A aveva infatti stabilito che la gara si svolgesse in Arabia Saudita, più precisamente nel King Abdullah Sports City Stadium, nella città di Gedda. I biglietti venduti riguardavano due categorie: “singles” – destinati solamente agli uomini – e “families”, destinati sia a uomini che donne. La maggior parte dei ticket, però, era della prima tipologia.

Chi si è schierato contro la decisione ha fatto notare come solamente poco tempo prima dell’evento – più precisamente il 25 novembre 2018 – la Lega Serie A avesse invitato i calciatori a scendere in campo con un segno rosso sulla faccia, per “dare un cartellino rosso alla violenza sulle donne”, esortando tutto il mondo sportivo a farsi portatore di un messaggio così valido. La scelta dell’Arabia Saudita è stata contestata, quindi, non solo alla luce dei valori su cui la Costituzione Italiana è fondata, ma anche in base alle dure restrizioni a cui le donne di questo Paese sono soggette.

Chi, al contrario, si è mostrato favorevole ha sottolineato l’importanza della partita all’interno delle conquiste dei diritti delle donne: la finale tra Juventus e Milan ha rappresentato, infatti, il primo evento sportivo internazionale al quale le donne hanno potuto assistere. Gaetano Miccichè, presidente della LNPA, aveva poi assicurato che le tifose avrebbero potuto accedere allo stadio senza essere accompagnate da un uomo.   

In ogni caso, questo episodio è un invito a tutta la collettività a riflettere sull’odierna tematica della discriminazione di genere: nell’epoca della rivoluzione tecnologica e del progresso scientifico si assiste ancora a manifestazioni sconcertanti del divario tra uomo e donna, la quale ha ottenuto concessioni – per il mondo occidentale banali e scontate – solamente di recente in alcune parti del mondo. Dinnanzi a ciò, si dovrebbe meditare sulla necessità di raggiungere l’uguaglianza di genere a livello internazionale, adoperandosi, per quanto possibile, per ottenere un diritto comune non solo al genere femminile, ma a tutta l’umanità.

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