Blocchi di pietra e vecchi vagoni per salvare gli ecosistemi marini

Quando avevo sedici anni, mentre mi immergevo nelle Andamane, ho imparato a conoscere lo sbiancamento dei coralli e la precarietà della situazione globale riguardo all’ecosistema marino generale. Da allora, ho deciso di lavorare al meglio delle mie capacità per contribuire al salvataggio di questi animali marini, poiché sentivo di doverlo loro”.
Con queste parole, pronunciate da Siddharth Pillai, un sommozzatore che in cinque anni è riuscito a dimostrare come l’aumento delle temperature oceaniche abbia danneggiato i coralli, l’allarme si è diffuso in tutta l’India.

Pillai ha creato un sistema di blocchi ad incastro e lo ha fatto installare lungo Pondicherry, una città sulla costa orientale dell’India. I blocchi contengono una barriera corallina artificiale, stampata in 3D.

Pillai e il sistema a blocchi da lui ideato

Dopo di lui, in tutto il mondo, si sta cercando di ripristinare le barriere coralline in ogni modo possibile e sfruttando ogni idea e ogni risorsa. L’Università “Bicocca” di Milano ha confermato, attraverso alcuni studi, che in alcune zone la mortalità dei coralli ha raggiunto il 60%; in altre addirittura il 100%. Non è solo grazie ai dati riportati dai ricercatori che siamo a conoscenza della tragicità della situazione, ma anche grazie al segnale di aiuto che il mare ci trasmette. Possiamo infatti ascoltare i segnali acustici dei fondali e dei pesci e dei mammiferi che li abitano, grazie a un progetto , denominato Sound of sea project, condotto da Bacardì (come sponsor) e appunto, dall’Università “Bicocca” di Milano.

Queste registrazioni permettono di identificare le zone maggiormente a rischio, così da intervenire con un ripristino della barriera corallina. Il primo intervento sarà eseguito nel mare delle Maldive e sarà volto a ripristinare l’habitat marino, fortemente minacciato dal repentino innalzamento delle temperature oceaniche.

La barriera corallina soggetta allo sbiancamento

Le barriere coralline sono dei veri e propri organismi viventi, che fanno inoltre da casa a moltissime altre specie marine. Aiutarle significa dunque aiutare molti altri esseri viventi. Per questo i progetti per salvaguardarle sono numerosissimi.

Tra questi, particolarmente curioso e originale è quello che prevede lo scarico in mare di vecchi vagoni della Metropolitana di New York. Ripuliti da tutto ciò che non sia metallo, vengono adagiati sui fondali per farli diventare l’habitat artificiale delle più variegate specie marine. Ogni carrozza viene fornita di un GPS così da poter essere rintracciata una volta posizionata sul fondale marino. L’idea di utilizzare dei vagoni dismessi nasce dal fatto che gli organismi marini si attaccano facilmente sulle superfici dure, come le pareti metalliche dei vagoni. Diventare a loro volta cibo per altre creature, creando un habitat protetto.

Vagoni della metro di New York scaricati nell’Oceano

Un altro progetto simile riguarda le piattaforme petrolifere. Eliminati tutti gli elementi tossici, le piattaforme diventano un habitat straordinario per la proliferazione di specie marine, creando una barriera corallina artificiale.

Uno studio sugli habitat marini ha rilevato che in California i pesci sono 27 volte più riproduttivi vicino a questi impianti piuttosto che sulle scogliere naturali a largo della costa. Secondo gli esperti ciò è dovuto alla gigantesca superficie sottomarina degli impianti che, estendendosi lungo l’intera colonna d’acqua, diventa l’equivalente marino di un grattacielo.

Il problema dello sbiancamento dei coralli è tanto allarmante che i biologi e i ricercatori di tutto il mondo si impegnano incessantemente a trovare soluzioni. Da poco, per riuscire in questa impresa e per aiutare la barriera corallina a recuperare i propri coralli scomparsi, è stato costruito “Lavalbot”. Si tratta di un drone subacqueo che si muove in modo indipendente lungo il fondale marino, rilasciando piccole larve di coralli, le quali hanno il compito di ripopolare gli habitat distrutti dal cambiamento climatico.

La Giamaica, infine, ha avviato un progetto che consiste nell’allevare i coralli in un vivaio, situato in profondità. Qui i piccoli frammenti di corallo fluttuano appesi a delle corde. Quando il corallo raggiunge le dimensioni necessarie, viene trapiantato e fissato temporaneamente su una scogliera, fino al fissaggio autonomo. Tale lavoro sta dando i primi frutti: i pesci stanno lentamente ripopolando l’area grazie alla ricomparsa dei coralli.

Ciò a dimostrazione del fatto che, quando dai alla natura la possibilità di ripararsi, anche utilizzando strutture artificiali, essa può farlo. Non è mai troppo tardi.  

Vivaio di coralli nelle acque del White river fish sanctuary, un’area protetta creata in Giamaica

Resta però un punto centrale: ripopolare le barriere coralline o tentare di installarne delle nuove non eliminerà lo sbiancamento dei coralli e tutti gli altri fenomeni che compromettono l’equilibrio degli oceani. La causa resta il cambiamento climatico ed è essenziale pensare in modo globale: prima di tutto ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra e lo sfruttamento incontrollato degli ecosistemi. La terra, i mari e gli organismi viventi hanno inviato la loro richiesta d’aiuto: sta ora a noi ascoltarla, ma non soltanto con la ragione, rispondendo con interventi scientifici e tecnici, ma usando anche mente e cuore. In fondo il nostro pianeta è la nostra casa e soltanto noi abbiamo il compito di proteggerlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.