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La Casa di Carta e l’importanza di sentirsi rappresentati

La Casa di Carta è una serie televisiva spagnola trasmessa da Netflix. Racconta il momento storico che tutti stiamo vivendo nel mondo, un periodo nel quale ci sentiamo vittime di un sistema che vorrebbe solo la nostra povertà e il nostro annientamento. Per questa ragione la serie è divenuta un’icona della ribellione al mondo della Finanza.

La casa di carta racconta gli sviluppi di una rapina estremamente ambiziosa, che consiste nel fare irruzione nella banca di Madrid, stampare milioni di euro e fuggire. Il piano viene ideato da un uomo noto come “il professore”, che quale seleziona otto individui che non hanno nulla da perdere. Ogni personaggio è costretto a tener segreta la propria identità e a utilizzare come soprannome il nome di una città. Tutti, durante la rapina, sono inoltre tenuti ad indossare una tuta rossa e una maschera del pittore spagnolo Salvador Dalì, oggetti divenuti entrambi simbolo della serie.

I simboli della serie: tuta rossa e maschera di Salvador Dalì

Ma il compito dei ladri idealisti non consiste esclusivamente nello stampare soldi e arricchirsi, bensì nel lottare per ciò in cui si crede. La capacità di essere empatici con gli ostaggi presi durante la rapina ha fatto dei rapinatori, sin da subito, non dei nemici da abbattere, ma degli idoli da seguire. Molti hanno definito i protagonisti dei moderni Robin Hood non intenzionati ad uccidere né ferire alcun civile, bensì a portare avanti la loro lotta all’alta finanza con l’appoggio del popolo.

Per tutto il corso della serie il grande colpo è stato ostacolato dagli interventi della polizia spagnola, duramente impegnata ad arrestare gli otto e il loro leader. Eppure neanche ciò riesce ad aizzare il popolo contro i rapinatori, poiché questo ha afferrato il messaggio che i nove hanno voluto lanciare, ossia l’odio per la Bce. Proprio per questo sentimento condiviso, comune l’opinione pubblica rimane sempre dalla parte dei ladri, sia durante che dopo il colpo. Ma perché ciò avviene? Per un semplice meccanismo di immedesimazione. Questa volta siamo dalla parte dei cattivi poiché il presunto buono appare molto più crudele. I “buoni” sono i rappresentanti del sistema finanziario, il quale tende a diventare sempre più amorale rispondendo agli attacchi.

La serie funziona proprio perché ci fa sentire dalla parte giusta, a prescindere dal partito politico che nella vita reale ci siamo decisi ad appoggiare. In una lotta tra la bontà popolare e un potere dispotico, il rancore dissimulato comporta sempre di più la costruzione di un vano senso di frattura sociale. Il “professore” non ha bisogno di proclamare il falso, ma può esclusivamente di riferire il vero, mettendo in discussione la legittimità delle pratiche dello Stato, come ad esempio la tortura o i numerosi segreti della Spagna contenuti nel caveau della banca, usati per garantire l’ordine.

Studenti manifestano contro il governo utilizzando i simboli della serie

“Dove sono finiti 500.000 milioni di euro creati dal nulla dalla Bce dal 2011 al 2013? Alle banche! E l’hanno chiamata ‘iniezione di liquidità’. Ma quei soldi dovevano finire ai cittadini, all’economia reale.”

È quanto aveva affermato il professore durante la prima stagione. Una frase che mette in risalto la falsa buona morale di un sistema che vuole definirsi solido e giusto, ma che in realtà deruba e inganna i propri cittadini. Sembra di veder realizzato il pensiero di Machiavelli, nelle gesta di un potere così abile nel simulare e dissimulare, ma non ci troviamo nel 1500 e questo non è uno Stato che ha bisogno di eroi, bensì uno che ha bisogno di lealtà e trasparenza. Dunque non si può puntare il dito su persone che si sono sentite ingannate, tradite e derubate da uno Stato che avrebbe dovuto rappresentarle.

Purtroppo però tale sentimento di sfiducia e rancore non appartiene esclusivamente alla finzione cinematografica, che in questo caso è rappresentata dalla Casa di Carta. Troppo spesso, infatti, anche nella realtà, sentiamo notizie di cittadini che, in diverse parti del mondo si sono dati al ribellismo pur di contare qualcosa. Accade in Libano, dove migliaia di giovani sono protagonisti di una contestazione delle oligarchie familiari che da sempre si spartiscono il potere nel paese dei Cedri. Accade in Algeria, dove da mesi ogni venerdì grandi folle riempiono le piazze della città invocando un’elezione presidenziale che non sia monopolizzata da chi da decenni tiene in mano il Paese. Accade in Siberia, dove ogni sabato migliaia di cittadini denunciano per le strade i tanti casi di corruzione, invocando nuove elezioni rispettose degli standard democratici europei. Accade in Iran, dove tornano in piazza i giovani per rivendicare libertà e laicità. Accade a Hong Kong, dove è in corso un’aspra lotta tra un vasto movimento che rivendica libertà e autonomia, contestando un potere centrale succube della volontà di Pechino. E dovrebbe avvenire in ogni luogo, ogni città, ogni paese, in cui vi siano delle evidenti ingiustizie da parte dei potenti.

Una protesta degli anni 70

Non contano partiti politici, non contano differenze sociali e non contano inimicizie: conta esclusivamente la giustizia, che va pretesa e difesa ardentemente. Un popolo che si ribella, che dà voce alle proprie opinioni e che è pronto a lottare per cambiare è un popolo che vuole bene al proprio paese ed è un popolo al quale non si possono negare risposte. Annuire e sopportare non è mai la soluzione. Dissentire ed agire sì. Se si ha qualcosa da dire, qualcosa da sostenere, qualcosa da combattere o per cui combattere, non bisogna attendere che le cose cambino, perché se non è il popolo il primo a lottare, nessuno lo farà per lui. Non si legittima certo la violenza, ma la consapevolezza di agire per un miglioramento. Il mondo oramai è dei giovani, sta per questo a loro adesso combattere per i diritti di una società che, giorno dopo giorno, si evolve e scopre nuove esigenze, sta per questo a loro adesso scegliere da che parte stare. Se appoggiare indirettamente, per mezzo del silenzio, una società che non lo rappresenta e non lo rispetta o se rimboccarsi le maniche per crearne una in cui si sente valorizzato.

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