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Nessun lockdown per il pensiero

Negli ultimi mesi, a causa della pandemia, dalla quale, purtroppo, non siamo ancora salvi, molti governi nazionali, tra cui il nostro, sono stati costretti ad imporre delle limitazioni alle libertà individuali e collettive di cui abitualmente godiamo.

Ma se è stato possibile limitare, se non vietare, la nostra libera circolazione sul territorio che occupiamo, così non è stato per le nostre idee. Anzi, restare a casa sembra avere restituito al nostro pensiero quello stato di grazia che ne favorisce la massima espressione.

Sarà che in questo periodo ci siamo potuti riappropriare del nostro tempo, potendolo finalmente spendere secondo le nostre più intime inclinazioni, mettendo a tacere per una volta tutte quelle incombenze che quotidianamente ci distraggono da esse.

È stato possibile così dedicarci a lunghe conversazioni in presenza o a distanza, leggere libri, guardare film, ascoltare musica, allenarsi, o semplicemente fermarsi a ragionare sul reale valore delle cose.

Il lockdown ha ridato al nostro pensiero il suo giusto spazio, la sua centralità. Lo ha fatto finalmente esprimere con tutta la meraviglia di cui è capace, con tutto il vigore che possiede, con la bellezza delle sue parole mai pronunciate, ma sussurrate alle anime dei popoli di ieri e di oggi. E liberando lui, anche questa volta, ci siamo liberati anche noi. In televisione, alla radio, sul web è stato un fiorire di poesie, scritti, immagini, suoni nei quali è stato raccontato un po’ di noi e della nostra esigenza di esserci ed esserci insieme.

Dinanzi a questo miracolo diventa superfluo chiedersi perché nella storia dell’umanità ci siano state persone capaci addirittura di morire pur di rimanere fedeli al proprio pensiero, al pari di quanto accaduto per ogni altro credo religioso, politico o d’altra natura.

La morte di Socrate, di Jacques-Louis David

Vorrei, in questo senso, ricordare il filosofo ateniese Socrate condannato a bere la velenosissima cicuta a causa della sua autonomia di pensiero, poiché si riteneva non solo non adorasse gli stessi dei in cui credeva la città di Atene e che, anzi, volesse introdurre nuove divinità, corrompendo i giovani. Come anche il filoso e frate domenicano noto come Giordano Bruno, condannato dalla Sacra Inquisizione ed arso vivo su un rogo a Campo de’ Fiori per via delle sue teorie teologiche e filosofiche, incentrate sulla dottrina dell’universo infinito ed eterno, sul moto della terra e sulla circolazione delle anime.

Ma i cosiddetti “martiri della libertà di pensiero” sono innumerevoli ed ogni epoca storica ha avuto i suoi per le ragioni più svariate che di volta in volta hanno caratterizzato il conflitto tra autorità e ragione.

Ai nostri giorni, sembra ormai acquisito, scontato che ogni essere umano abbia il diritto di godere appieno della propria libertà di pensiero, ma forse la verità non è proprio questa se pensiamo a quando determinati gruppi sociali, evitando di voler definire il contesto nel quale questi operano, reputando simili i comportamenti umani a prescindere dalle coordinate tempo e spazio, opprimono, vessano, deridono gli altri per via della loro diversa concezione della vita. Non è un caso, infatti, che la nostra Costituzione affermi: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

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