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L’amore nella storia della letteratura

L’amore è un tema ricorrente e di fondamentale importanza nella letteratura di ogni tempo. Sia in poesia che in prosa, il tema amoroso ha dominato i versi e le pagine di molti autori, a partire da Saffo e Mimnermo dell’Antica Grecia sino ad autori contemporanei come Alda Merini. L’intento di questo articolo è presentare alcuni dei tanti testi che hanno trattato di amore nel lungo solco tracciato dalla letteratura, focalizzando l’attenzione sui testi in sé, più che sul loro commento. Troppo spesso, infatti, ci si focalizza solamente su analisi e commenti che, senza la bellezza dell’intera lettura del testo, rimangono sterili informazioni.

Il primo tipo di amore è connotato dalla sfera del divino, come una forza sovrannaturale dalla quale non si può fuggire. La poetessa greca Saffo, nata a Ereso, nell’isola di Lesbo, nella seconda metà del VII secolo a.C., parla dell’amore come forza cardine di tutto il kosmos che non può essere vinta. La sua bellezza è superiore anche al tema guerresco, come dice questo stupendo frammento:

Dicono alcuni che una torma

di cavalieri sulla nera terra sia

la cosa più bella, altri di fanti,

altri di navi, io la cosa che s’ama.

Molto agevole a capirsi se colei

che in bellezza di gran lunga fu

su tutte, Elena, ritenne di lasciare

il marito (era il migliore!)

e andò per mare verso Troia,

incurante del tutto di sua figlia

e dei parenti, travolta da Cipride*

in amore    […]

anche a me ora in mente porta,

pur assente, Anattoria.

Di lei vorrei di nuovo incantarmi all’amato

Incedere, alla luce abbagliante del suo viso:

piuttosto che ammirare i carri della Lidia,

i fanti corruschi nelle armi.

*Afrodite, in quanto nativa di Cipro.

Un’altra poesia che con estrema dolcezza rimanda l’amore alla sfera del divino attraverso sottili allegorie è Elegia di Alda Merini, poetessa italiana vissuta tra il 1931 e il 2009. Nonostante il dolore degli anni trascorsi in manicomio e le diverse avversità affrontate, questa grandissima autrice ha continuato a sognare e credere nell’amore, in un effimero equilibrio tra follia ed estasi ultraterrena:

O la natura degli angeli azzurri,

i cerchi delle loro ali felici,

ne vidi mai nei miei sogni?

O sì, quando ti amai,

quando ho desiderato di averti,

o i pinnacoli dolci del paradiso,

le selve del turbamento,

quando io vi entrai anima aperta,

lacerata di amore,

o i sintomi degli angeli di Dio,

i dolorosi tornaconti del cuore.

Anima aperta, ripara le ali:

io viaggio dentro l’immenso

e l’immenso turba le mie ciglia.

Ho visto un angelo dolce

ghermire il tuo dolce riso

e portarmelo nella bocca.

L’amore ora trattato passa dalle sfumature voluttuose dell’eros al rigido corteggiamento (servitium amoris) da parte dell’innamorato. Uno degli autori dell’elegia d’amore, il poeta lirico latino Gaio Valerio Catullo, vissuto nella prima metà del I sec. a.C., parla in questa poesia di una carnalità tuttavia trascendentale, a onta dei pregiudizi altrui. Infatti, il poeta fa riferimento alla fugacità della vita, contrapposta all’eternità della passione amorosa, invidiata da chi ne è estraneo.

Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci,

e le dicerie dei vecchi severi

consideriamole tutte di valore pari a un soldo.

I soli possono tramontare e risorgere;

noi, quando una buona volta finirà questa breve luce,

dobbiamo dormire un’unica notte eterna.

Dammi mille baci, poi cento,

poi ancora mille, poi di nuovo cento,

poi senza smettere altri mille, poi cento;

poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,

li mescoleremo, per non sapere (il loro numero)

e perché nessun malvagio ci possa guardare male,

sapendo che qui ci sono tanti baci.

La tematica del servitium amoris familiare ai poeti elegiaci è ripresa successivamente nel concetto di amor cortese teorizzato nel trattato De Amore (circa 1185) di Andrea Cappellano, che si propone di definire i canoni del fin’amor. Questo trattato in tre libri è un punto di riferimento per tutto il XIII e XIV secolo. La tematica dell’amor cortese, per cui l’uomo è servus amoris e la donna è definita midonz (mio signore), riprende molti elementi dal feudalesimo, come l’ambiente aristocratico della corte e il rapporto di reciproca lealtà tra vassallo e signore che, allo stesso tempo, nega, ribadendo la libertà dell’amore a prescindere dai vincoli matrimoniali; le relazioni, infatti, sono segrete e spesso extra-coniugali. Alcune categorie letterarie che riprendono queste tematiche sono la lirica provenzale, i poemi cavallereschi, la poesia siciliana e il Dolce Stil Novo, simboleggiato dalla canzone manifesto di Guido Guinizzelli Al cor gentil rempaira sempre amore. Tra gli stilnovisti, emerge sicuramente il padre della letteratura italiana, Dante Alighieri, che nel canto V dell’Inferno della Divina Commedia, attraverso la bellissima figura di Francesca da Rimini, presenta le tematiche cortesi:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui della bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, c’ha nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Infine, l’ultima poesia del poeta francese Jacques Prévert, I ragazzi che si amano (Les enfants qui s’aiment), parla dell’amore come unica salvezza del mondo, che non si può incatenare o forzare; è quanto di più spontaneo esista e istituzionalizzarlo significherebbe inevitabilmente perderlo. Perciò, come in questa poesia, l’amore è genuino e libero, anche dalle catene del malevolo pregiudizio, e non permette al male di essere totalizzante:

I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano

Non ci sono per nessuno

Ed è soltanto la loro ombra

Che trema nel buio

Suscitando la rabbia dei passanti

La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini

la loro invidia

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Loro sono altrove ben più lontano della notte

Ben più in alto del sole

Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

Immagine di copertina: Peggy Choucair su Pixabay

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