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“Vis a Vis”, il carcere tra colpe e soprusi

Il successo della Casa di carta ha preparato il terreno per un’altra grande produzione spagnola, Vis a vis – Il prezzo del riscatto. Entrambe le serie hanno lo stesso sceneggiatore e regista, Alex Pinna.

Incastrata dal suo capo e costretta a prendersi la colpa delle frodi aziendali, la giovane Macarena Ferreiro (Maggie Civantos) è rinchiusa in un carcere femminile ad alta sicurezza e circondata da criminali spietate. Vengono progressivamente presentate anche le storie delle compagne di Macarena, in un susseguirsi di suspense e colpi di scena che consentono di analizzare la psicologia dei vari personaggi.

La marea gialla -Sole, stagione 4

Le vicende si svolgono sullo sfondo di Cruz del Sur, in un clima soffocante, cupo e drammatico, in cui vengono presentati amari dettagli della vita delle detenute e indagate le complessità delle loro relazioni interpersonali. La realtà appare qui ben diversa, incentrata su un rovesciamento di ruoli che inaspettatamente porta le criminali ad essere viste come vittime del sistema carcerario, mentre il mondo esterno appare violento e vendicativo. Le ingiustizie che quotidianamente le protagoniste devono sopportare dalle guardie e dai direttori porta gli spettatori ad immedesimarsi con loro e a patire le stesse pene.

Tra maltrattamenti, violenze fisiche e psicologiche, stupri e molto altro, tutti gli aspetti più terrificanti della nostra realtà vengono riportati in un ambiente carcerario e sottoposti all’occhio critico del pubblico che, nonostante tali violenze siano compiute a danno di coloro che per prime le hanno commesse, non riesce a non classificare tali comportamenti come disumani. Nonostante quindi le vittime siano persone condannate per crimini violenti, le mostruosità a cui vengono sottoposte rimangono tali e non giustificabili. Non conta quali siano le vittime e chi siano i carnefici, conta solo il giudizio negativo su tali azioni a prescindere da chi le commetta.

Legata a questo aspetto violento del carcere è certamente un’affermazione fatta da Sole, una delle protagoniste secondarie della serie: “Sai che cos’è il carcere? È una succursale dell’inferno, siamo qui perché tutte abbiamo preso decisioni sbagliate”. Come l’inferno dantesco era il luogo in cui i peccatori espiavano le proprie colpe in preda alla legge del contrappasso, qui le criminali scontano le proprie pene in balia della crudeltà dei superiori e delle loro compagne di carcere.

La stessa Macarena, infatti, da giovane e ingenua ragazza ingiustamente condannata, si trasforma in uno dei capi della prigione, così da seguire l’unico principio esistente in carcere, presentato più volte anche nella serie: o si è carnefici o si è prede. L’unico modo per sopravvivere sembra essere quello di prevaricare sull’altro, usando qualsiasi mezzo a disposizione.

Macarena vittima della violenza delle sue compagne

La stessa inefficienza del sistema carcerario nel quale le condannate sono costrette a vivere, ma anche lo stesso sistema sociale, conduce gli individui in uno spiraglio di azioni malevole dal quale difficilmente si può uscire. Abbiamo l’esempio della protagonista principale che, sul finire della serie, nonostante tutte le crudeltà subite e quelle esercitate, rimarrà comunque una criminale. Da qui scaturisce inevitabilmente una riflessione sull’efficacia delle soluzioni adottate dal sistema per il reintegro delle detenute .

Davvero crudeltà e violenza sono le armi migliori per rendere una criminale una cittadina rispettosa e non più pericolosa? Certo che no. Infatti più un criminale si sentirà escluso e attaccato, più penserà di essere in dovere di sabotare il sistema e di allontanarsi da una vita giusta per prediligere una vita violenta, all’insegna della criminalità, in una realtà in cui, vedendosi abbandonato e maltrattato, reputerà le azioni illegali come le sue uniche alleate.

Macarena e Zulema continuano la vita criminale

Ovviamente diverse sono le risposte delle varie detenute a tale situazione di violenza, in quanto dipendono dal loro stato mentale. Proprio per questo la cosa più giusta da fare sarebbe analizzare nel profondo la sfera psicologica del detenuto così da aiutarlo ad uscire dal tunnel della criminalità, giovando non solo al detenuto ma al sistema stesso.

La violenza come risposta infatti non è mai la scelta giusta, anche se spesso è quella considerata più facile. Ci sono tante vie possibili da percorrere. Lo Stato, attraverso di esse, potrebbe così smettere di essere visto da molti come un nemico ed essere riconosciuto invece come un alleato, che non isola dalla comunità gli elementi cosiddetti “difficili”, ma li aiuta nel loro percorso rieducativo, prevenendo in tal modo, seppur gradualmente, il crimine.

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