Le novità sulle esplorazioni: ieri, oggi e domani

Dalla sonda Voyager 1

La sonda spaziale Voyager 1 è stata lanciata poco più di  44 anni fa, il 5 settembre del 1977, da Cape Canaveral, in Florida. È riuscita ad allontanarsi dal sistema solare per esplorare la galassia e l’universo, sorvolando Giove, Saturno, passando vicino al satellite Titano per poi proseguire verso l’esterno. Nel 2012 ha raggiunto l’eliopausa e l’ha superata, cioè ha raggiunto il punto limite oltre il quale non arrivano neanche i venti solari. Ancora oggi, sorprendentemente, continua a parlarci e inviarci informazioni, nonostante sia in viaggio a 23 miliardi e 70 milioni di km dal Sole, rendendolo l’oggetto costruito dall’uomo più lontano dalla Terra. Purtroppo nel 2025 non avrà più l’alimentazione elettrica del suo generatore, e ciò porterà all’interruzione definitiva dei collegamenti. Nel frattempo continua ad inviarci dati e la sua ultima rilevazione ci informa della presenza di gas interstellare, ovvero plasma. Il segnale proveniente dalla sonda è molto debole e monotono, perché è in una banda stretta. Tuttavia, quel debole e persistente ronzio ha reso possibile un’idea più precisa della distribuzione del plasma interstellare, fornendo la possibilità ai ricercatori di monitorare di continuo la densità dello spazio intergalattico.

Foto della sonda Voyager 1 da Pinterest

Sconcertanti scoperte su Marte

Dopo un’era di esplorazione di Marte, dopo aver lanciato sonde, portato rover, veicoli robotici vari e lander, possibile che non ci sia mai sfuggito neanche un microbo? La vita su Marte, in realtà, ce l’abbiamo portata noi, contaminando il pianeta con microrganismi terrestri.

Il genetista Christopher Mason si è occupato di studiare quali microbi potrebbero essere sopravvissuti ai viaggi spaziali, sfuggendo agli esami di controllo. Solitamente, un rover marziano viene costruito a cipolla, a strati, dove i pezzi, prima di essere assemblati, vengono meticolosamente sterilizzati. Questo processo avviene in camere bianche, pulite, chiamate ISO-5 con filtri dell’aria e rigorose procedure di controllo biologico. La difficoltà si trova nell’arrivare a zero biomassa, in quanto i microbi esistono ovunque, da miliardi di anni ed è quasi impossibile eliminarli. Analizzando queste camere bianche della NASA però si può sequenziare tutto il DNA che contengono e capire quali microbi ci sono e quali siano potuti sopravvivere. Mason afferma che probabilmente i genomi di questi microbi potrebbero cambiare così tanto da sembrare davvero ultraterreni, come è stato visto di recente con i germi evoluti sulla Stazione Spaziale Internazionale.  Inoltre se questi tipi di specie venissero trovati sul suolo marziano, potrebbe potenzialmente innescare ricerche fuorvianti sulle caratteristiche universali della vita o di quella marziana.

Foto del pianeta Marte da Pinterest

Gli enigmi di Venere

Sul pianeta Venere vi è una grande quantità di anidride carbonica e solforosa. Questo è dovuto all’assenza di un ciclo del carbonio che permetta di essere assimilato nelle rocce di superficie, e poiché non ci sono organismi che lo possano assorbire, come avviene invece con le piante sulla Terra. Proprio la presenza dell’anidride carbonica, fattore principale dell’effetto effetto serra, rende Venere il secondo pianeta più vicino al Sole, il più rovente dell’intero sistema solare. Alcuni studi tuttavia dimostrano che, inizialmente la sua atmosfera era molto simile a quella terrestre. L’alta temperatura, la mancanza di un campo magnetico planetario e la radiazione solare hanno portato alla dissociazione del vapore acqueo: l’idrogeno, essendo un gas volatile, si è disperso nello spazio interplanetario per opera del vento solare e l’ossigeno si è ricombinato con il carbonio, giungendo all’attuale composizione atmosferica. Il vapore acqueo, potente gas serra, ha innescato un rapido processo per cui gli oceani evaporarono completamente e le temperature al suolo salirono vertiginosamente.

Venere è caratterizzato dall’insolito fenomeno della super-rotazione: impiega 243 giorni a ruotare attorno al proprio asse, mentre la sua atmosfera, inspiegabilmente, impiega solo 4 giorni per la medesima rotazione, nella stessa direzione, ma a velocità angolare diversa e più alta rispetto al pianeta stesso. La sonda giapponese Akatsuki ha osservato inoltre che, negli strati inferiori e medi dell’atmosfera, i venti possono raggiungere velocità tali da generare getti a livello equatoriale, fenomeno mai osservato prima d’ora. Tuttavia molti sono ancora i dubbi al riguardo e per ora i progetti di missioni venusiane vagliati dalla NASA sono stati sorpassati in priorità da missioni robotiche verso asteroidi o satelliti. Nonostante ciò, l’agenzia spaziale americana sta comunque investendo su due veicoli spaziali, DAVINCI+ e VERITAS.

Foto del pianeta Venere da Pinterest

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