Il neoliberismo: conseguenze sociali della “nuova razionalità” tardo-moderna

“Per mancanza di calma la nostra civiltà sbocca in una nuova barbarie. In nessun’epoca si attribuì maggior valore agli attivi, cioè ai senza riposo. È dunque una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo.”

Nietzsche, Umano, troppo umano

            Se è vero che ogni cultura è rappresentata da simboli inconfondibili, i quali riassumono i pensieri dell’epoca in funzione della morale corrente, l’emblema della società odierna è di natura unicamente economica: Wall Street, Piazza Affari, la LSEG, sono, oggi, solo alcuni dei dipinti più pregnanti dell’uomo tardo-moderno. Riconoscere, quindi, nell’uomo economico la manifestazione dell’Io attuale comporta, certamente, la necessità di integrare la visione analitica del singolo ad un orizzonte più ampio, individuato nella società di oggi, ossia l’Epoca – ormai affermata – del neoliberismo, l’elemento finale della progressiva evoluzione del capitalismo attraverso il passaggio per il “capitalismo neoliberista” (Prabhat Patnaik).   

            Il neoliberismo è un indirizzo economico e, conseguentemente, di pensiero che riconosce nella società e della sfera pubblica e della sfera privata una continuazione del mercato; è proprio quest’ultimo, infatti, a plasmare i soggetti (Von Hayek), o, in termini sociologici, gli attori sociali, al fine di guadagnare attraverso gli stessi profitti economici, sotto ogni aspetto. La “nuova razionalità” (Dardot, Laval) collettiva, stabilita dalla filosofia del mercato, può esistere solo ed esclusivamente se gli individui che la compongono sono il risultato della creazione del mercato stesso: l’uomo passa, così, ad essere servo inconsapevole della propria invenzione, costretto ai frenetici ritmi da lui stesso stabiliti. A tal proposito, George Monbiot scrive:

Foto di copertina: gli economisti Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises

“Il neoliberismo considera la competizione la caratteristica distintiva delle relazioni umane. Ridefinisce i cittadini come consumatori, le cui scelte democratiche si esercitano tramite l’acquisto e la vendita, un processo che premia il merito e punisce l’inefficienza.”

La pressione esercitata sull’individuo oggi è, infatti, nettamente rilevante: il singolo “deve” fornire alla società più del necessario nella speranza di soddisfarne i bisogni. Operando in tal modo, egli si vincola al cosiddetto principio di prestazione (Marcuse), ossia l’elemento mobilitante rappresentato da ciò che la società si aspetta dall’individuo e da ciò cui l’individuo deve provvedere per la società.

            In questo senso, si può parlare della nascita di una nuova coscienza dell’Io, che individualmente compone la collettività, ma, al contempo, la divide. In La cultura del narcisismo, C. Lasch  analizza, già nel 1981, l’avvenire del nuovo uomo, l’uomo narcisista:

“Il nuovo narcisista è perseguitato dall’ansia e non dalla colpa. Non cerca di imporre agli altri le proprie certezza, ma vuole trovare un senso alla sua vita. […] Superficialmente rilassato e tollerante, non condivide più i principi di integrità razziale  o etnica, ma perdendo per questo modo la sicurezza che gli derivava dalla solidarietà di gruppo vede in ciascuno un rivale con cui competere per i privilegi di uno stato paternalistico. […] Aggressivamente competitivo nella sua richiesta di approvazione e riconoscimenti, non ama la concorrenza perché la associa inconsciamente a desideri distruttivi incontrollati. Esalta i pregi della collaborazione e del lavoro di gruppo, ma nutre contemporaneamente profondi impulsi antisociali, Loda il rispetto delle norme e dei regolamenti nella segreta convinzione che non si applichino nei suoi confronti. Acquisitivo nel senso che i suoi desideri non conoscono limiti, egli non accumula in previsione del futuro, come faceva l’individualista acquisitivo dell’economia politica ottocentesca, ma esige una gratificazione immediata e vive in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne.”

            L’individuazione neoliberista degli attori che compongono la società comporta una serie di implicazioni non indifferenti sul piano sociologico: l’Io attuale è strumento del mercato e, quindi, poiché il mercato è invenzione umana e l’uomo neoliberista ritiene, arrogantemente, di potere governare quanto da lui ideato, l’Io attuale gode di libertà illusoria. Rivendica sé stesso per l’altro, ossia per ciò che desidera essere – in base ai canoni dei desideri moderni –, ma non è, non arrivando, così, a conoscere chi sia veramente. Oggi, l’ignoranza di sé stessi e la necessità di essere riconosciuto conducono freneticamente i soggetti più incerti nelle proprie decisioni a ricercare – possibili – sé stessi in modelli, o, come direbbero Benasayag e Schmit, in etichette, non con lo scopo di raggiungere una meta, bensì di compiere un percorso: la società neoliberista è una società del movimento continuo; raggiunta una meta, ne cerca immediatamente un’altra; confonde il tempo della produzione con il tempo della riproduzione; ha un principio volontario, ossia l’omologazione del pensiero dell’individuo in termini neoliberisti, ma una fine quasi sempre necessaria, ossia la morte dell’individuo stesso. La società odierna è perfettamente complementare ai soggetti alla ricerca di modelli: offre una forma a chi non comprende la propria. La società neoliberista realizza i propri componenti per fini pratici: essa è sinonimo di società della prestazione.

Foto di Lorenzo Cafaro da Pixabay 

            I soggetti neoliberisti, di conseguenza, “indossano vesti” prestazionali. Essi sono, infatti, condizionati da tutto ciò che compone la società della prestazione, in primo luogo dall’eccesso di positività (Han) generale. L’impossibilità – comune – di adempiere al principio di prestazione, poi, comporta la rivalutazione dell’Io, il quale, nel binomio individuo-società, viene riconosciuto dal singolo come elemento problematico. Si è arrivati, quindi, sotto certi aspetti, persino a “sacralizzare” la società. L’inadeguatezza in relazione al mondo attuale, la cosiddetta ansia della prestazione, l’allontanamento da sé stessi, si manifestano nella vita di tutti i giorni attraverso, come direbbe Han, infarti psichici. È il metro morale odierno a determinare tali crolli psicofisici, in quanto, immerso in un ambiente esclusivamente meritocratico, l’individuo, per avanzare, si adatta ai criteri di giudizio dominanti, benché essi non si confacciano con ciò che è – dilemma che probabilmente neppure l’individuo ha compreso. Forse l’osservazione più adatta in merito è stata proposta, in maniera provocatoria, da Young, in L’avvento della meritocrazia:

“Se valutassimo le persone non solo sulla base della loro intelligenza ed educazione, le loro occupazioni e il loro potere, ma sulla base della loro gentilezza e del loro coraggio, della loro immaginazione e della loro sensibilità, della loro simpatia e della loro generosità, non avremmo nessuna disuguaglianza di quelle cui siamo abituati.”

Un commento su “Il neoliberismo: conseguenze sociali della “nuova razionalità” tardo-moderna”

  1. Giacomo Gasparini ha scritto:

    Ciao Simone, sono Giacomo di Roma¸ frequento il quarto anno al liceo classico T. Tasso. Un mio amico mi ha girato il tuo articolo (Tra l’altro complimenti per come stai gestendo questo giornale online). Nonostante siano temi non molto vicino ai miei interessi, il tuo articolo mi ha fatto molto riflettere. Ho deciso con l’aiuto di un amico di approfondire l’argomento e gli autori che citi. Infatti mi sono trovato d’accordo con alcune delle cose che scrivi. Io sono un grande appassionato di lettere e storia antica. Comunque con un gruppo di amici anche di altri licei promuovo alcuni incontri “culturali”, che denominiamo: “Cambiamo il mondo!”. Se ti fa piacere, mi piacerebbe parlare con te o su zoom o magari di persona qui a Roma o a Ladispoli. Magari potresti essere tu un giorno a fare uno di questi incontri sui tuoi argomenti. […] Un saluto e spero di sentirti presto.

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