Gli italiani e la politica, dal 2 giugno del ’46 a oggi

2 giugno 1946, gli italiani sono chiamati alle urne per esprimersi sulle sorti del Belpaese, l’indomani della seconda guerra mondiale. 10 giugno del medesimo anno, ore 18.00, Sala della Lupa a Palazzo di Montecitorio, il Presidente della Cassazione Giuseppe Pagano annuncia i risultati del Referendum storico: l’Italia è ufficialmente Repubblica. Nello stesso luogo dove 22 anni prima si erano riuniti i deputati “aventiniani” in segno di protesta per la sparizione l’On. Matteotti e  dopo 6 anni dalla dichiarazione dell’entrata dell’Italia in guerra da parte di Mussolini, la Rosa del Mediterraneo, in seguito a un lungo periodo di umiliazione, risolleva il volto. La situazione che da allora fino all’avvento del nuovo millennio è andata delineandosi è ormai storia: De Gasperi, Romita, Scelba, Fanfani sono solo alcuni dei titanici protagonisti della fase iniziale della I Repubblica. L’Italia diviene, così, una potenza sempre più influente nel panorama internazionale e gli italiani, seppur reduci da uno dei capitoli più tragici della storia europea, riescono a rifondare un Paese devastato. L’entusiasmo, l’interesse e la volontà dominano gli animi di tutti: sono gli anni della ricostruzione, gli anni del miracolo economico, degli idoli e dell’impegno sociale e civile. Chiunque vuole – e, soprattutto, può – prendere parte a tutto questo. È il sogno italiano.

Giuseppe Pagano nella Sala della Lupa nel Palazzo di Montecitorio, mentre legge i risultati del Referendum. 10 giugno del ’46.

A distanza di quasi ottant’anni, occorre chiedersi: Dove è finito quel sentimento – quel desiderio d’Italia – che ha illuminato gli animi e dagli animi è stato alimentato per così a lungo? Che le capacità del cosiddetto “genio italiano” non siano venute meno è certo, ma quando e come la passione per l’impegno politico è scomparsa? Oggi, si parla di società e di Governo con deluso distacco, quasi non si trattasse di un argomento di comune occupazione o, quanto meno, quasi non ci fosse più speranza negli occhi del cittadino. Tale forma di disinteresse è l’inevitabile sintomo dell’evoluzione di una radicata crisi sociale, scaturita da una profonda sfiducia nei confronti dell’emblema della politica, ossia la classe dirigente stessa; nel periodo prossimo al termine della I Repubblica, infatti, il pensiero collettivo italiano viene sconvolto da due scandali che vedono, in prima linea, lo Stato colluso. Le due “catene infrangibili” in questione sono relative al rapporto Stato-mafia e al coinvolgimento di numerosi esponenti di rilievo della classe politica nell’operazione Mani pulite, piaghe entrambe interconnesse l’una all’altra. Gli eventi che si susseguirono nel periodo dal ’79 al ’94 costituiscono una chiara testimonianza di un momento storico piuttosto complesso da decifrare, ma essenziale per comprendere la situazione attuale: nella fattispecie, la diffusione della lista degli iscritti alla loggia segreta P2 – Propaganda 2 –, composta da membri di spicco del mondo della politica, dell’industria, della difesa, etc., – volta a regolare in maniera occulta gli indirizzi esecutivi del Paese nei contesti di politica interna ed internazionale a seguito dell’affievolimento dell’influenza americana, dovuto alla riorganizzazione delle procedure di intervento della Cia nel Vecchio Continente dopo lo scandalo del Watergate sotto la presidenza di Nixon – e l’evidenza delle relazioni tra i delitti perpetrati dalla mafia e i risvolti politici – di cui gli omicidi Pecorelli, Ambrosoli e Mattarella costituiscono solo parte di una verità ancora da svelare – hanno evidenziato il processo, indubbiamente avviato diversi anni addietro, che ha condotto gli italiani a sviluppare un profondo sentimento di sfiducia nei confronti dello Stato e, come effetto conseguenziale, ha indirizzato parte di essi verso un inconfessabile senso di disinteresse per la “cosa pubblica”. In altre parole, quelli che prima erano i “templi” della politica, custoditi da devoti “sacerdoti”, diventano, per timore, incertezza e carenza di fiducia – e, in parte, per generalizzazione –, i nuovi Raphaël.

Craxi all’uscita dell’hotel Raphaël, durante lo storico lancio delle monetine. Notte del 30 aprile del ’93.

L’Italia raggiunge, così, il livello di saturazione in campo politico e necessita di un netto cambiamento: occorrono volti nuovi, ma – paradossalmente – con esperienza. In un Paese instabile, alle prese con mafia e corruzione, è necessario l’intervento di una figura abile in campo economico, con relazioni nel panorama internazionale e noto alle diverse fasce di elettori. È in questo scenario che si colloca l’ascesa di Berlusconi, fino ad allora solo imprenditore, e prende avvio una svolta politica di impianto moderato e liberale analoga ai vicini modelli anglo-americani di Thatcher e Reagan. La frattura Stato-cittadini, originata anni prima, non viene, tuttavia, risanata: complici i vari scandali e la carenza di stabilità negli esecutivi che si sono avvicendati nelle Legislature dal ’94 al 2012, la situazione non è mutata nel contesto italiano; di contro, la crescente influenza della figura di Berlusconi ha condizionato gli orientamenti operativi della politica dell’ultimo trentennio, indipendentemente dall’indirizzo politico dell’esecutivo in carica. A tal proposito, sono esemplari gli interventi decisivi del Cavaliere nella formazione della II Repubblica, nella progressiva “a-politicizzazione” dei Governi successivi al Berlusconi IV (2008-2011) e nelle più vicine nomine del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio. L’Italia è, ormai da tempo, alle prese con un blocco politico, le cui evidenze sono declinate principalmente sotto tre forme: tra il secondo esecutivo della XVI Legislatura – Governo Monti (2011-2013) – e l’attuale, si è registrata una sempre maggiore alternanza di governi cosiddetti “tecnici” e di “larghe intese”, sono stati rieletti per due mandati consecutivi i medesimi Presidenti – Napolitano nel 2013, in seguito ai deludenti risultati elettorali, e Mattarella nel 2022, in seguito alle inconcludenti procedure di consultazione tra i Partiti –, non sono stati intrapresi progetti volti allo sviluppo e al progresso delle prospettive futuro del Paese a lungo termine.

Fotogramma del discorso di Berlusconi tenuto sulle sue reti televisive in occasione della sua entrata in politica. 26 gennaio ’94.

Non è solo questa politica di politicanti, però, ad impedire all’Italia di risollevarsi: mancano negli animi dei cittadini il sentimento di rivalsa, il desiderio di cambiamento e la passione per il progresso. Tutto è come sospeso in uno stato di placida inquietudine, in cui la maggior parte della popolazione invoca la novità, illudendosi di poter cambiare l’Italia senza cambiare sé stessa. La Politica non è fatta solo da coloro che vengono eletti, così come lo Stato non è composto dal solo governo. È, forse, questo il dovere del cittadino? Manifestare il proprio dissenso e malcontento con includenti critiche a indefiniti “Poteri forti”? L’espressione dell’insoddisfazione è diventata sterile lamentela, in un contesto generalizzante.

L’invito a prendere parte all’impegno politico – che è, prima di tutto, impegno civile – è, quindi, indirizzato, principalmente, ai giovani, a coloro che domani, nei momenti più difficili e cruciali del nostro Paese, saranno chiamati a stabilire le sorti dell’Italia. Il primo atto di partecipazione politica è l’informazione: bisogna conoscere per decidere ed essere consapevoli per comprendere.

Ma basta l’informazione? Basta la consapevolezza? Basta la passione?

“Questo tu chiedi. Non aspettarti / nessuna risposta / oltre la tua.”

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