Intervista a Margherita Vicari, volontaria di Amnesty International

Amnesty International è una ONG che dal 1961 favorisce la promozione dei diritti umani in ogni parte del mondo. A 61 anni dalla sua fondazione, Amnesty ha salvato innumerevoli vite, sensibilizzando l’opinione pubblica e combattendo per gli ideali di giustizia, verità e libertà in tutto il globo. Spesso la sensibilizzazione parte dalla scuola, ed è proprio nel nostro liceo che ho avuto il piacere di incontrare Margherita Vicari, giovanissima volontaria per Amnesty.

Da quanto tempo e perché sei una volontaria per Amnesty International?

Ho vent’anni e faccio la volontaria per Amnesty International da quando ne avevo sedici. Ho scoperto l’esistenza di Amnesty nel 2017, durante l’autogestione a scuola. Un rappresentante di Istituto organizzò un incontro in aula magna con il gruppo Amnesty di Civitavecchia, operante sul territorio a nord di Roma da dieci anni. Finito l’incontro scoprii che la persona di riferimento era proprio la prof di geografia. Appresi che Amnesty operava in 71 paesi e che nel giro di circa cinquant’anni era riuscita a difendere concretamente il rispetto dei diritti umani in diverse zone del mondo. Ho cominciato a fare la volontaria perché tramite Amnesty potevo conoscere a fondo le battaglie civili che si combattono e perché sentivo il bisogno di farne parte, almeno nel mio piccolo.

Tra tutte le esperienze di volontariato, qual è quella che ricorderai per tutta la vita?

L’esperienza di volontariato più bella in realtà non è stata con Amnesty International ma con un’altra associazione, la Penny Wirton. Si tratta di una scuola di italiano per stranieri, completamente gestita da volontari, con la quale molti licei organizzavano l’alternanza scuola-lavoro. In quello stanzone lunghissimo, arredato con banchi e librerie stracolme di materiale didattico, si era creato un clima diverso da quello che noi studenti respiravamo altrove. L’insegnamento era basato sullo scambio reciproco di conoscenze: noi insegnavano agli studenti stranieri l’italiano e loro ci spiegavano le tradizioni, lo stile di vita e le credenze del proprio paese. Ho spiegato le basi della lingua italiana a ragazze e ragazzi di tutte le età, a chi era quasi analfabeta e a chi si era laureato nel proprio Paese molto prima che io iniziassi le superiori. Titoli di studio, i loro, che in Italia non erano riconosciuti. Quelle due ore a settimana di mercoledì, l’aula della Penny Wirton si riempiva di studenti dei vari licei di Roma e tutti erano amici di tutti, ognuno aveva qualcosa da insegnare all’altro. Un ragazzo lesse ad una mia compagna la lettera che gli aveva mandato suo fratello da casa.  Feci molte lezioni con un mio coetaneo musulmano del Pakistan che imparava molto in fretta e faceva tantissime domande. Una volta mi chiede in cosa credessi e io gli risposi di essere atea. Non sapeva cosa volesse dire e quando cercai di spiegarglielo lo ritenne semplicemente insensato, troppo lontano da quello che conosceva. Lì dentro scompariva un muro, si accorciava una distanza che anche non volendo, avevo sempre percepito.

Torniamo ad Amnesty: come leggiamo sul sito ufficiale “Dal 1961, abbiamo contribuito a ridare libertà e dignità a migliaia di persone, salvando 3 vite al giorno”. Concretamente, in che modo vengono salvate queste vite?

Amnesty è un’associazione con un peso internazionale consistente ed è sostanzialmente questa la sua forza. Funziona attraverso la rete di volontari sparsi nei vari paesi del mondo ed il consenso dell’opinione pubblica che riesce a raccogliere. L’idea base è quella di organizzare l’indignazione pubblica verso le diverse violazioni dei diritti umani e imporre una forte pressione internazionale sugli stati in cui questi diritti non sono fatti rispettare. Quando una violazione è denunciata, i reporter di Amnesty ne verificano la veridicità e riportano i fatti alla sede principale di Londra. Viene quindi redatto un appello rivolto alla magistratura dello stato in cui è avvenuta la violazione. I gruppi di Amnesty distribuiti nei territori dei vari paesi diffondono l’appello, raccolgono firme, lettere di solidarietà, video e organizzano manifestazioni in modo da denunciare la violazione e porla in primo piano all’attenzione internazionale.
Quella violazione non passa sotto silenzio e la magistratura del relativo paese deve rispondere in qualche modo all’opinione pubblica. Per certi Paesi, come l’Egitto, questo influenza positivamente l’esito dei processi giuridici o delle battaglie per i diritti civili. Per altri risulta spesso inutile o addirittura deleterio perché provoca reazioni punitive verso le vittime, come in Arabia Saudita. Ma l’altro risultato che queste campagne ottengono è il grande supporto psicologico che forniscono a chi queste violazioni le subisce ed altrimenti le affronterebbe nel silenzio e nella solitudine. Un prigioniero ha coscienza che non può avere contatti con l’esterno, né familiari né avvocati, ma riceve lettere di solidarietà da tutto il mondo e sa che fuori c’è qualcuno che si batte per lui.

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Margherita durante una campagna per Patrick Zaki

Tra le varie battaglie di Amnesty, quale senti più tua?

Una battaglia molto cara il mio gruppo e a me è quella per Raif Badawi, un ragazzo dell’Arabia Saudita che teneva un blog, molto interessante, in cui discuteva di svariate questioni relative al Medio Oriente. Per le sue idee sostanzialmente laiche è stato condannato a 10 anni di carcere e 1000 frustate, che ovviamente equivalgono a una sentenza di morte. Il 1 marzo di quest’anno è stato rilasciato, ma solo perché ha finito di scontare tutti e dieci gli anni previsti. Poteva essere frustato ogni venerdì. Dopo le prime cinquanta frustate ha rischiato di morire, ma poi non ne ha più ricevute. Ogni giovedì per dieci anni volontari di Amnesty hanno inondato la cancelleria dell’Arabia Saudita con le loro mail per chiedere il suo immediato rilascio. Raif ha dovuto scontare tutta la sua condanna da prigioniero di coscienza.

La pena di morte: un tema molto discusso soprattutto in relazione al caso di Ahmadreza Djalali, il ricercatore recentemente condannato a morte in Iran. Come si sta mobilitando Amnesty? Quali aiuti concreti porta?

Il caso del ricercatore Ahmadreza Djalali è emblematico per i problemi relativi alla pena di morte: i diritti previsti dalle stesse leggi iraniane gli sono stati negati per assicurare a priori la sua condanna. Amnesty ha lanciato un appello rivolto al leader supremo della Repubblica dell’Iran chiedendo la sua immediata scarcerazione e la revoca della condanna. L’appello ad oggi è stato firmato da oltre 280mila persone. Ha poi diffuso le testimonianze della moglie e condotto ricerche sulle dinamiche del processo, le condizioni di salute e le torture subite da Ahmadreza. Il risultato più importante è stato l’impatto mediatico della notizia, dovuto in questo caso anche al fatto che Ahmadreza ha lavorato in Italia e in altre università europee: è una storia che sentiamo vicina.

Un altro caso è quello di Julian Assange, giornalista australiano che potrebbe essere estradato negli USA, e quindi subire diversi processi e una condanna di 175 anni di carcere. Cosa sta facendo Amnesty?

Per Julian Assange è stato lanciato un appello, ma il caso non è posto all’attenzione pubblica come dovrebbe. Molti non ne hanno nemmeno sentito parlare, nonostante si tratti di un caso importantissimo per assicurare l’integrità del diritto alla libertà di stampa nei paesi occidentali. Assange è ora detenuto in un carcere di massima sicurezza nel Regno Unito e gli USA chiedono l’estradizione per accusarlo di spionaggio. Il relatore Onu sulla tortura ha scongiurato pubblicamente questa eventualità, che rappresenterebbe un grave rischio per la persona di Assange. Credo che sia di primaria importanza non selezionare i casi in base alla facilità di ricezione pubblica. È ovvio che la storia di Djalali susciti grande indignazione, perché aveva la cittadinanza svedese ed era parte della comunità scientifica europea. Il caso di Assange invece è problematico: riguarda l’immagine di due stati come l’Inghilterra e l’America, ma è non per questo meno centrale per la risoluzione del problema della violazione dei diritti umani. Il senso fondamentale dell’operato di Amnesty è quello di dare voce a chi non ce l’ha, di pronunciarsi su situazioni di cui altrimenti si resterebbe all’oscuro, senza fare compromessi. 

Qual è l’aiuto concreto che, nel proprio piccolo, può dare ognuno di noi?

Anzitutto bisogna informarsi. Essere coscienti di quello che succede nel mondo è importante per non farsi opinioni estranee alla realtà dei fatti e per non aderire inconsapevolmente a posizioni demagogiche proposte da altri. Le cose cambiano quando le persone si uniscono e si attivano per ciò che credono giusto. Ognuno nel proprio quotidiano può unire il suo contributo a quello di molti e aiutare a cambiare le cose. Ci sono moltissime associazioni che si possono sostenere firmando gli appelli, facendo piccole donazioni o partecipando alle iniziative di volontariato. Anche semplicemente esprimere la propria opinione, sostenere le cause civili o politiche in cui si crede, partecipare alle manifestazioni, vivere in maniera più sostenibile.

Oggi anche tu incontri i ragazzi nelle scuole, illustrando i principi e le iniziative di Amnesty. In che modo i ragazzi vivono il tema dei diritti umani?

Dalla mia piccola esperienza credo che risulti chiaro come tutti si sentano coinvolti nel dibattito sui diritti umani. La maggior parte delle ragazze e dei ragazzi li considera un’acquisizione irrinunciabile, comprende perfettamente il loro valore assoluto e la loro interdipendenza: i diritti umani o sono rispettati nella loro interezza o non lo sono. Dagli incontri con queste classi sono uscita sempre soddisfatta e incoraggiata nella convinzione che tra studentesse e studenti i diritti umani si conoscono e si sente la necessità di riflettere a riguardo. Ho incontrato due classi di terza media a Roma nel quartiere di Casalotti e due classi al liceo Pertini di Ladispoli, la 1E e la 5C. In un tipo di incontro basato sulla partecipazione attiva degli studenti, temevo che questi reagissero con disinteresse o che partecipassero senza troppa convinzione. Con una terza media si è parlato di pregiudizi e discriminazione. Abbiamo chiesto a chi ne avesse voglia di raccontare un episodio in cui era stato discriminato o giudicato ingiustamente. Quasi tutti hanno alzato la mano, arrossendo e condividendo disagi familiari ed esperienze che ancora bruciavano dentro di loro. Ognuno ha ascoltato in silenzio i propri compagni, è stato messo a fuoco collettivamente il problema dei pregiudizi, dell’ingiustizia che inevitabilmente comportano. Nell’altra terza media abbiamo parlato dei caporalati e dello sfruttamento dei braccianti: i ragazzi ovviamente non ne avevano mai sentito parlare, non sapevano nemmeno cosa fosse Mediterranea, una piattaforma che si occupa di diritti umani, né conoscevano a fondo il dibattito sull’accoglienza degli immigrati degli ultimi anni. Nondimeno erano sinceramente toccati e indignati dalle cose che raccontavamo. In generale credo che tra gli studenti che ho conosciuto ognuno sentisse il bisogno di esprimere le proprie opinioni, raccontare le proprie esperienze e le conclusioni che ne aveva tratto. Gli accesi dibattiti che si sono tenuti sulle tematiche più disparate lo confermano. Noi tutti, ad ogni età, ci siamo fatti un’idea del mondo in cui viviamo e di come vorremmo che fosse. Sono assolutamente convinta che nessuno degli studenti di quelle classi possa essere tacciato di nichilismo, non un singolo ragazzo nemmeno tra i più piccoli che non sentisse il bisogno di dire la sua, che non avesse un’ideale di giustizia in cui credere. Alcuni degli studenti, pochi, sono praticamente contro tutte le principali battaglie care ai sostenitori dei diritti umani, la battaglia per i diritti LGBT, quella contro la pena di morte, per l’accoglienza degli immigrati e via dicendo. Ma quando un attivista di Amnesty International offre loro un paio d’ore per parlare senza censura, senza che nessuno si indigni per le loro parole, basando le dinamiche del dialogo proprio sul rispetto dei diritti umani, loro si sentono coinvolti e non hanno problemi a mettersi in discussione, se lo ritengono necessario. Il problema è piuttosto la convinzione malsana, condivisa da diversi studenti, che non si possa fare nulla perché anche volendo reagire nessuno ascolterebbe, il mondo non ne verrebbe toccato. L’esempio di Amnesty, come quello di molte altre associazioni, dimostra come questa convinzione non corrisponda alla realtà delle cose.

Come si entra nel mondo di Amnesty International?

Per quanto riguarda Amnesty, chiunque può essere un volontario. Ciò che serve è la voglia di attivarsi come meglio si può a sostegno dei diritti umani. Ovviamente ai volontari non è mai chiesto più di quanto siano disposti a dare. Poi le possibilità sono molte: si può intervenire in maniera massiccia insieme al proprio gruppo, promuovere eventi, organizzare incontri nelle scuole, raccolte fondi, si può avanzare nei vari settori amministrativi ed acquisire diverse competenze dalle varie formazioni disponibili (educazione ai diritti umani, programmazione dei siti web, approfondimento di tematiche geopolitiche ecc.). Si può anche esercitare la propria professione per conto di Amnesty, come avvocato, specialista, referente nazionale ecc.

Grazie mille Margherita per il tuo contributo e la tua testimonianza. Sono certa che queste parole ispireranno tantissimi giovani ad attivarsi e a dare il proprio supporto a favore dei diritti umani. Tutti dovrebbero comprendere che siamo parte integrante del cambiamento in atto, cambiamento che dobbiamo affrontare senza paure: ogni nostro impegno verso il bene, la pace, la giustizia sociale, il bene comune, ogni nostro ideale, ha un valore inestimabile e può fare la differenza davvero. Si dice sempre che “i ragazzi sono il futuro”: dimostriamo a tutti che il nostro contributo è essenziale per un mondo migliore. Non accontentiamoci di un mondo a metà, non può essere possibile un avvenire in cui i diritti umani non siano rispettati.

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