L’incubo del “sogno americano”: gli italiani a NY

New York, 1915. Sono 4 milioni gli italiani approdati nella baia statunitense: è l’invasione dei “pelle d’oliva”. L’Italia, reduce dall’Unità del 1861, era contrassegnata da una forte disparità tra il Settentrione e le regioni più meridionali, ex regno delle due Sicilie, anche a causa delle ingenti tasse imposte per far fronte alle spese belliche sostenute dai Savoia. Le effettive vittime della guerra contro gli austriaci furono però i piccoli proletari che, con la crisi agraria di fine Ottocento, videro anche il decadimento delle manifatture rurali. Furono proprio questi ultimi i protagonisti dell’emigrazione di massa che nel corso di poco meno di quarant’anni vide l’espatrio di circa 11 milioni di italiani.

Le mete transoceaniche più ambite erano l’Australia, l’America Latina e in particolare gli Stati Uniti, che furono al centro del flusso migratorio più considerevole; si era infatti diffusa in Europa l’utopica aspettativa di perpetuo benessere e la fasulla promessa, veicolata e fomentata da propagande ingannevoli, di immense prospettive di lavoro, che andarono a costituire nell’immaginario comune il cosiddetto “sogno americano”.

Le aspettative verso l’agognata America erano molto alte, ma spesso si dovettero scontrare con la dura realtà

Venni in America perché sapevo che li le strade erano tutte lastricate: non sapevo però che le strade non solo non erano battute, ma che le avrei dovute costruire io”, recita la lettera di un esule italiano alla sua famiglia. Gli immigrati, considerati da molti come lavoratori dequalificati, si adattavano a fare qualsiasi attività e venivano perciò spesso impiegati per i mestieri meno graditi dagli americani, lavorando come umili operai a basso salario.

Operai italiani impegnati nella costruzione di una strada

Se da una parte gli immigrati andavano spesso incontro a uno sfruttamento di lavoro non retribuito, dall’altra incombeva ancora più minacciosa la problematica di integrarsi in una società classista, dove i presupposti d’uguaglianza e fraternità erano ancora delle lontane promesse. Vivere nella realtà americana significava accettare una condizione di disuguaglianza, dettata dal fatto che erano allora ampiamente diffusi vari preconcetti riguardanti la presupposta natura degli esuli, considerati contadini analfabeti e spietati criminali. A che prezzo abbandonare la propria madrepatria, i propri cari, la propria cultura per poi venire denigrati e disprezzati nella stessa terra che ti avrebbe dovuto accogliere a braccia aperte?

Imbarcarsi su una nave transatlantica significava vendere tutti i propri averi, rinunciare alle proprie radici e vivere nella speranza di ottenere una condizione migliore a quella che si stava lasciando. Il viaggio verso l’America era privo di ogni accezione di scoperta e presentava invece tutte le caratteristiche dell’esperienza migratoria, un atto doloroso ma necessario per raggiungere la tanto ambita meta, un lontano bagliore di speranza. Se la nostalgia per il proprio paese d’origine non bastava, a rendere ancor più penosa la traversata, che poteva durare un mese intero, vi erano le pessime condizioni sanitarie a cui i migranti erano sottoposti: costretti nelle stive, in anguste cuccette di legno e altri posti poco dignitosi dove la proliferazione delle malattie era la motivazione principale per cui molti morivano ancor prima di esser giunti a destinazione. L’arrivo nella baia newyorkese era un momento di unanime e solenne contemplazione, dove tutti gli esuli, raccolti sul ponte e uniti dalla stessa eccitazione mista a commozione, scorgevano per la prima volta i profili dei grattacieli e l’emblematica figura, che si stagliava sul paesaggio urbano, della Statua della Libertà.

Veduta aerea di Ellis Island, isolotto artificiale alla foce dell’Hudson nonché centro di controllo dell’immigrazione transoceanica

Gioia e speranza duravano ben poco, lasciando presto spazio al timore e allo sconcerto degli esuli, amaramente accolti nel Nuovo mondo: Ellis Island, da molti soprannominata “L’isola delle lacrime”, era il luogo d’approdo dei bastimenti, dove gli immigrati erano sottoposti a dure ispezioni mediche, condotte per scongiurare la diffusione di malattie come il tracoma, un’infezione agli occhi che porta spesso alla cecità, di cui gli italiani erano temibili portatori. Venivano poi interrogati con dei test attitudinali, durante i quali si indagava sulla loro vita analizzando la fedina penale, i motivi della loro emigrazione e molto altro.  Nonostante le visite comportassero un notevole sforzo psicologico per tutti gli ispezionati, la sorte peggiore spettava a coloro che non superavano i controlli; una semplice X rossa sui vestiti era il segno per coloro che non erano considerati idonei e perciò costretti a tornare alla madrepatria.

Bastavano poche ore per segnare irrevocabilmente il destino di una persona, polverizzando in un solo attimo sogni, sacrifici e aspirazioni di una vita intera. La disperazione era tale che in molti preferivano gettarsi dalla nave, morendo tragicamente in balia delle correnti dello stesso gelido oceano che avevano traversato. Chi riusciva a uscire dall’isola entrava finalmente nella città di New York. Che cosa succedeva appena gli immigrati si facevano strada tra i grattacieli?

 
Famiglia italiana appena sbarcata a New York

Purtroppo persisteva nell’immaginario statunitense la raffigurazione fortemente stereotipata del popolo italiano, che intralciò non poco l’integrazione degli espatriati con il resto della popolazione: gli italiani si trasferirono in aree definite della metropoli, dove la nostalgia della madrepatria si trasformò ben presto in un forte senso d’appartenenza e rifiuto della rinnegazione delle proprie origini. Nacque così ad Harlem la prima grande comunità italiana di New York, in cui edifici fatiscenti di 5/6 piani coi servizi in comune si alternano a ristoranti tipici, su strade che rispecchianio la regione di provenienza. Per quanto gli immigrati cercassero con tutte le loro forze una rivalsa sociale, rimanevano comunque relegati al loro ruolo di umili operai, incapaci di liberarsi dei pregiudizi del popolo ospitante ormai ben radicati. Era davvero questa l’America di cui tutti parlavano, la “terra delle possibilità” dove i sogni si realizzano?

Gli italoamericani oggi

Attualmente la comunità di italiani che si trova nella Grande Mela è di circa 3.3 milioni di persone ed è il più grande gruppo etnico di quest’area metropolitana. Gli italoamericani delle nuove generazioni si dividono in due categorie: chi non ha perso l’attaccamento alle proprie origini e chi ha perso quasi completamente legami con l’Italia. La prima generazione di italoamericani che nacquero negli Stati Uniti, però, non erano ben visti: infatti erano estremamente stereotipati.

Esisteva la figura del “Guido”: un ragazzo che rispecchia le caratteristiche di un giovane “tamarro e maschilista”. Nonostante ciò, le vecchie generazioni rispecchiano a pieno la figura dell’italiano attaccato alle proprie origini, nostalgico della sua Terra, che ha dovuto abbandonare.

Le comunità italiane a New York

Il primo quartiere a cui si pensa quando si parla di italiani nella Grande Mela è sicuramente Little Italy, che una volta era il cuore della comunità italiana. Purtroppo però, questo quartiere si è trasformato in un’attrazione turistica, dove tutti i ristoranti e le attività non sono più portate avanti da italiani, e la maggior parte di Little Italy è stato ormai inglobato da Chinatown e altri quartieri limitrofi. Negli anni Cinquanta abitavano lì circa 4.000 italiani. Questo quartiere raffigurava a pieno l’atmosfera dei paesi del sud Italia, dove si parlava in dialetto, si giocava a carte e molto altro. Nonostante ciò, a New York esistono altre comunità italiane: insieme a Little Italy e ad Harlem un’altra altrettanto importante risiede nel Bronx, dove ancora oggi, rispetto agli altri quartieri, si respira un’atmosfera italiana autentica.

Comunità italiana a Little Italy, New York

L’immigrazione degli italiani in America è un tema facilmente attualizzabile, essendo da sempre la migrazione di massa di un popolo un tema soggetto a numerose discussioni nel corso dei secoli.

È bene perciò ricordare quando eravamo noi i non voluti, maltrattati e discriminati dopo aver rinunciato alle nostre radici per una realtà completamente nuova ed estranea. Non si tratterà con il giusto rispetto l’esule fin quando non si avrà ben in mente il concetto di emigrazione come frutto di un disagio e perciò una costrizione, mai una scelta.

Un commento su “L’incubo del “sogno americano”: gli italiani a NY”

  1. Thomas Giuffrida ha scritto:

    Articolo interessante e completo, pieno di spunti di riflessione e, mai quanto oggi, attuale. Molto piacevole alla lettura, sia per lo stile chiaro ed efficace, che per l’alternanza nei contenuti tra approfondimento storico e riferimenti alla situazione odierna.
    Brave Giulia e Greta 😉

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